Padre in una nazionale, figlio in un’altra: ecco a voi i 10 casi nella storia del calcio

Da sinistra: Thiago, Mazinho e Rafinha
Da sinistra: Thiago, Mazinho e Rafinha

Durante l’Europeo francese abbiamo assistito all’incontro tra i fratelli Xhaka, che hanno scelto strade diverse per quanto concerne la propria carriera internazionale (Granit la Svizzera, Taulant l’Albania). Ancor prima, nel 2010, fece scalpore la gara di Coppa del Mondo che mise di fronte i fratelli Boateng con due maglie differenti. L’evento si è replicato quattro anni dopo in Brasile. Per quanto possa essere insolito e particolare questo fenomeno in passato si è ripetuto più volte e al giorno d’oggi non è impossibile imbatterci in due fratelli con nazionalità diverse. Lo stesso Bobo Vieri, stella del calcio italiano a cavallo degli anni novanta e duemila, ha un fratello, Massimiliano, che vestì per qualche partita la maglia dell’Australia, paese in cui era nato. All’origine degli episodi in questione c’è probabilmente una storia di immigrazione che ha portato due fratelli a compiere scelte opposte: chi abbraccia la nuova patria, spesso anche per motivi di curriculum, e chi non dimentica le proprie origini. È successo raramente però che padre e figlio vestano le divise di nazionali diverse: nella storia si contano solo dieci casi, che andremo ad analizzare nell’articolo di quest’oggi.

1. JOE E DARLINGTON NAGBE

Joe e Darlington Nagbe

Le bandiere di Stati Uniti e Liberia sono abbastanza simili e anche la storia di questi due paesi è strettamente collegata, pur trovandosi a migliaia di chilometri di distanza. La Liberia, il cui nome deriva dal latino liber (libero), fu infatti fondata nel 1822 da alcuni coloni afroamericani che qualche anno dopo dichiararono la loro indipendenza. Si tratta perciò di uno stato costituito dai discendenti dei vecchi schiavi statunitensi. Dal punto di vista della storia calcistica la Liberia non ha nel complesso una grande tradizione ma ha dato vita a uno dei calciatori africani più forti di sempre, nonché Pallone d’Oro nel 1995: George Weah, il cui nome è inevitabilmente legato al piccolo paese africano. In quegli anni la nazionale liberiana visse il suo picco e intorno al milanista crebbero altri calciatori di buon livello. Joe Nagbe era uno di questi. Tra il 1985 e il 2005 ha totalizzato 20 reti in 97 partite, anche dopo il ritiro ha continuato a rimanere del giro della nazionale indossando i panni del collaboratore tecnico. Nato nel 1968, Nagbe era un giocatore di tutto rispetto che ha avuto una discreta carriera in Francia e in Grecia, prima di concluderla da giramondo negli Emirati Arabi e in Indonesia. Cresciuto in patria e successivamente in Camerun, arrivò in Francia ventunenne e vi rimase per sette anni vestendo prestigiose maglie quali quelle del Monaco e del Nizza. Svizzera (Lugano) e Grecia (PAOK Salonicco, Panionios e PAS Giannina) sono state le sue seguenti tappe prima di intraprendere l’avventura asiatica. Sposato con Somah, ha avuto due figlie femmine (una delle quali gioca a pallacanestro) e altrettanti figli maschi. Nel 1990 è nato a Monrovia Darlington Nagbe, secondogenito, che ha scelto di seguire le orme del padre diventando un calciatore professionista. Lo ha fatto però negli Stati Uniti, paese in cui dovette rifugiarsi insieme alla sua famiglia all’età di cinque mesi a causa dello scoppio della prima guerra civile liberiana. Cresciuto nell’Ohio, ha ricevuto la cittadinanza statunitense nel settembre del 2015 e da allora ha la possibilità di rappresentare la sua nuova patria a livello internazionale. Dal 2010 veste i colori dei Portland Timbers, con cui ha vinto la Major League Soccer proprio nel 2015. Nel 2011 il suo nome balzò agli onori delle cronache per una straordinaria rete che gli valse il premio di MLS Goal of the Year. A differenza del padre si muove come esterno destro di fascia ed è più piccolo fisicamente e brevilineo. È attualmente uno dei giocatori più apprezzati nel proprio paese e un elemento in rampa di lancio della selezione a stelle e strisce. Proverà a superare gli ottimi numeri del papà ma lo farà sicuramente con una nazionalità diversa.

2. ROGER, ROMELU E JORDAN LUKAKU

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Buona parte degli immigrati in terra belga ha le proprie radici nella Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire). Il motivo? Semplicemente di carattere storico. Fino al 1960 questo grande pezzo di Africa era colonia del Belgio sotto il nome di Congo-Belga. Negli ultimi anni molti congolesi hanno scelto di volare in Europa e hanno preferito come destinazione proprio Bruxelles e dintorni. Guardando la rosa della nazionale belga infatti si può notare come svariati giocatori abbiano il doppio passaporto belga-congolese: Batshuayi, Benteke, Kabasele, Kompany, Tielemans, Denayer e i fratelli Lukaku. Proprio questi ultimi sono i protagonisti di questa sezione dell’articolo odierno. A differenza di tutti gli altri calciatori sopracitati Romelu e Jordan sono figli d’arte: il loro padre, Roger, rappresentò anch’egli il suo paese a livello internazionale negli anni novanta. Nel 1994 e nel 1996 Memena Lukaku, così come era soprannominato, partecipò con la selezione zairese a due Coppe d’Africa, concluse entrambe ai quarti di finale. Attaccante, ha avuto una carriera modesta in Belgio, dove ha vestito i colori di Boom (città in cui vive al giorno d’oggi), Seraing, Germinal Ekeren, Mechelen ed Ostenda. Nel suo curriculum spicca anche una parentesi annuale in Turchia al Gençlerbirliği. La figura del papà nella famiglia Lukaku negli anni è stata assai controversa: continue sparizioni per mesi e anche un breve periodo in carcere hanno condizionato il rapporto di Roger con i suoi due figli. Tuttavia è stato lui a prendere la decisione di trattenere Romelu nel 2010, a soli 17 anni, in Belgio nonostante le lusinghe mostrate dal Real Madrid. Lo studio era la priorità, questa la sua filosofia. Con il senno di poi si può dire che questa scelta abbia portato i propri risultati: un anno in più all’Anderlecht ha fatto esplodere come calciatore Romelu che successivamente si è trasferito in Inghilterra. Attualmente è la colonna portante dell’Everton, club che ha creduto in lui dopo una sorta di abbandono da parte del Chelsea, e soprattutto della nazionale belga. Per quanto riguarda il più piccolo, Roger mise il suo marchio di fabbrica sul nome da dare al secondogenito nel 2014: Jordan, in onore del famoso cestista Michael. I due fratelli sono nati e cresciuti ad Anversa e hanno avuto sin da subito le idee chiare sulla nazionale da scegliere. In un Belgio ultra multietnico Romelu ha trovato il suo eldorado mentre il terzino sinistro in forza alla Lazio sta faticando un po’ di più. Le qualità però ci sono, magari l’esperienza nella nostrana Serie A lo consacrerà definitivamente in palcoscenici importanti.

3. MIKE E DIVOCK ORIGI

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La nazionale di calcio del Belgio è protagonista di un altro caso all’interno del nostro articolo. Oltre a Lukaku, in attacco anche Divock Origi può vantare l’appellativo di “figlio d’arte”. Suo padre Mike è stato uno dei giocatori più celebri della storia della nazionale di calcio del Kenya, che ha rappresentato in Africa e nel mondo in ben 120 partite, arricchite da 28 marcature. La famiglia Origi ha il calcio nel sangue, i due protagonisti in foto non sono infatti gli unici calciatori a farne parte. Tre dei fratelli di Mike Origi sono stati calciatori e uno in particolare, Austin “Makamu” Oduor Origi, è stato in passato capitano del Gor Mahia, una delle più importanti corazzate keniote, e ha vestito in qualche occasione la maglia della propria nazionale. Gli altri due fratelli, Anthony e Gerald, hanno avuto una modesta carriera nella Kenya Super League senza trovare grandi glorie. Infine il figlio di Austin, Arnold, è l’attuale numero del Kenya e milita in Norvegia tra le fila del Lilleström, con cui conta quasi un centinaio di presenze. Insomma, la stirpe Origi, sia con le mani che con i piedi, il pallone lo conosce bene. Mike da bambino iniziò come portiere, salvo poi traslocarsi in attacco agli albori della propria carriera. Nel 1992, a 25 anni, dopo una lunga gavetta in patria e una breve esperienza in Oman, si trasferì in Belgio all’Ostenda per rimanerci a lungo nel corso degli anni. Ha terminato la sua vita da calciatore professionista proprio nel paese europeo dieci anni fa, tra le sue tante avventure ne spicca una particolarmente redditizia al Genk, con cui in quattro anni ha messo a segno 20 reti in 81 partite, vinto il titolo nel 1999 e la coppa nazionale nel 2000. Suo figlio Divock è nato nel 1995 ad Ostenda, dove suo padre all’epoca giocava. Da qui la storia è molto simile a quella dei fratelli Lukaku: il giovane è cresciuto sotto tutti i punti di vista in Belgio e ha iniziato a difenderne i colori nel 2010 in nazionale U-15. Nel 2014 le ottime prestazioni messe in mostra al Lille gli sono valse la chiamata del ct belga Wilmots per la Coppa del Mondo del 2014, dove ha deciso la sfida dei gironi contro la Russia con un gol allo scadere. Condivide dunque con il papà ruolo e fisico più meno simile (sono/sono stati entrambi dei granatieri) ma non la nazionalità. Dall’estate del 2015 è un giocatore del Liverpool, che lo ha acquistato per circa 13 milioni di euro. Nonostante la giovane età si può dire che abbia già superato a livello di club la carriera del padre, non resta che eguagliarlo nei numeri in nazionale.

4. ANDRANIK E ALECKO ESKANDARIAN

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Le tre storie di cui abbiamo trattato per adesso hanno un comune denominatore: l’Africa. Tuttavia le vicende di cui parleremo quest’oggi non hanno tutte come protagonista il Continente Nero. Quella che ha coinvolto da vicino la famiglia Eskandarian si sviluppa prima in Iran e poi negli Stati Uniti e possiamo tranquillamente affermare che non ha nulla a che fare con il fenomeno dell’immigrazione. Andranik Eskandarian è passato alla storia per esser stato il primo giocatore iraniano a giocare un Mondiale con la nazionale di calcio del proprio paese pur essendo di religione cristiana. Un evento più unico che raro, da ricercare nelle origini armene della famiglia in questione (come si può osservare dalla desinenza -an del cognome, tipica dell’onomastica della nazione caucasica). Il suo singolare primato è stato superato da Andranik Teymourian, anch’egli di religione cristiana ed etnia armena, che ha preso parte alla spedizione persiana in Brasile nel 2014 e ha anche vestito la fascia da capitano. Difensore centrale prettamente fisico, Andranik venne notato da degli osservatori del New York Cosmos durante la Coppa del Mondo del 1978 in Argentina e condotto sulla via della Grande Mela. Durante i sei anni trascorsi in maglia bianco-verde vinse tre campionati NASL e vide nascere il figlio Alecko in quel di Montvale, nel New Jersey. Quest’ultimo ha ereditato dal padre la passione per il soccer ma a differenza di Andranik ha scelto di indossare i panni del centravanti. Dopo un’inizio di carriera con squadre universitarie, come da consuetudine negli Stati Uniti, ha militato tra le fila di DC United, Toronto, Real Salt Lake, Chivas USA e Los Angeles Galaxy, girovagando per tutto il Nord America e collezionando buoni risultati nella Major League Soccer. A livello internazionale ha sposato la causa del paese che lo ha visto nascere e crescere, debuttando in nazionale maggiore nel 2003. In precedenza aveva preso parte al Mondiale U-20 del 2001 fermandosi agli ottavi di finale dopo aver calcato il terreno di gioco per tutti e quattro gli incontri della rassegna. Si è ritirato a soli 28 anni per intraprendere la carriera da allenatore: ha collaborato con il Philadelphia Union e attualmente è il vice del venezuelano Giovanni Savarese ai Cosmos.

5. MAZINHO E THIAGO ALCANTARA

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La famiglia Alcântara ha dato vita a uno dei più grandi intrecci di nazionalità che la storia del calcio ricordi. Il capostipite è la vecchia stella brasiliana Mazinho, che in Italia abbiamo conosciuto molto bene nel corso della sua militanza al Lecce e alla Fiorentina. Centrocampista estremamente versatile, poteva essere impiegato davanti alla difesa ma prediligeva correre sulla fascia, sia sulla corsia destra che quella mancina. Veloce e bravo tecnicamente, era il classico laterale brasiliano dotato di fiato, corsa e abilità negli inserimenti. Con la nazionale brasiliana si è tolto la soddisfazione di alzare al cielo una Coppa del Mondo nel 1994 e una Coppa America cinque anni prima, proprio in suolo verde-oro. Vasco da Gama, Lecce, Fiorentina, Palmeiras, Valencia, Celta Vigo, Elche e Vitoria sono state le tappe della sua carriera, ambientata in Brasile, Italia e Spagna. Sposato con l’ex pallavolista Valeria Alcântara, nel 1991 ha visto nascere a San Pietro Vernotico, paesino del leccese, il suo figlio primogenito Thiago. A differenza del padre Thiago ha scelto di rappresentare a livello internazionale la nazionale spagnola, avendo vissuto per quasi tutto il corso della propria infanzia in Spagna. È stato allevato nella famosa cantera del Barcellona ed è sempre stato un pupillo di Pep Guardiola, che lo considera manna dal cielo per il suo stile di gioco. Non a caso l’ex tecnico blaugrana lo ha portato con sé in Germania al Bayern Monaco, dove milita tutt’oggi. Dopo aver fatto tutta la trafila delle selezioni giovanili iberiche, nel 2011 ha debuttato in nazionale maggiore con la maglia delle Furie Rosse, fresche di vittoria del Mondiale di calcio. La sua eccessiva fragilità fisica ha condizionato anche la sua carriera in nazionale, è riuscito ad ottenere per la prima volta una chiamata importante per una competizione di spessore quest’estate per disputare gli Europei del 2016. Sogna di replicare le gesta del padre con la Seleçao ma sa che sarà un’impresa ardua. Ha invece seguito le orme di Mazinho il secondogenito Rafinha Alcântara, il quale, dopo aver collezionato una decina di partite con le formazioni giovanili spagnole, ha scelto nel 2013 di difendere i colori del paese a cui appartiene il suo sangue. Ha partecipato alle Olimpiadi di Rio qualche settimana fa, portando a casa la tanto auspicata medaglia d’oro, a giugno era stato chiamato per la Coppa America Centenario ma ha dovuto rinunciare per problemi di natura fisica. Il quadro della famiglia si conclude con la figura di Rodrigo, ala del Valencia nonché nipote di Mazinho. Vanta una presenza con la Spagna e un trionfo negli Europei U-21 del 2013 in Israele, che condivide in bacheca con il cugino Thiago.

6. VICENTE E MARIANO PERNÍA

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Argentina e Spagna sono due paesi che, pur trovandosi a migliaia di chilometri di distanza, sono inevitabilmente legati da fattori storici. Non solo per quanto concerne l’idioma, ma anche per gli alberi genealogici della popolazione albiceleste: la quasi totalità di essi ha radici in Italia o in Spagna, conseguenza di un massiccio fenomeno di immigrazione nei secoli scorsi. È successo così alla famiglia Pernía, originaria della Penisola Iberica ma trasferitasi in Sud America generazioni fa. Nel calcio dei nostri giorni non è raro imbatterci in giocatori che per propria convenienza scelgono di difendere i colori del paese di cui hanno lontane ascendenze. Mariano Pernía è uno di questi. Suo padre Vicente è stato un calciatore della nazionale argentina degli anni ’70 e uno dei più apprezzati in patria nel suo ruolo (terzino destro). Suo figlio Mariano ha ereditato dal papà la posizione in campo, anche se spostata sulla sinistra a causa di un diverso piede naturale, ma non la scelta di rappresentare a livello internazionale l’Argentina, optando per la nazionale spagnola. Alla base di questa decisione ci sono motivi di varia natura, come potrebbe essere un episodio accaduto nel lontano 1978. Nell’estate di quell’anno si tenne la Coppa del Mondo proprio in suolo argentino e Vicente sembrava sicuro di un posto di rilievo in squadra. Alla vigilia della rassegna fu però tagliato fuori dal commissario tecnico César Luis Menotti per ragioni mai del tutto chiare. Si diceva che l’esclusione derivasse da alcuni comportamenti scorretti nelle amichevoli pre-Mondiale di Pernía, il quale per esempio fu espulso in un test contro la Scozia. Una delle ipotesi più accreditate è però che dietro alla scelta ci fosse stata la mano di alcuni membri del regime militare del dittatore Jorge Rafael Videla. Al suo posto venne scelto il difensore centrale Jorge Olguín, adattato a laterale destro. Pernía ne rimase molto scottato e concluse la sua avventura in nazionale con sole dieci presenze nonostante una eccezionale carriera al Boca Juniors, con cui si laureò campione del mondo nel 1977 dopo aver battuto in finale di Coppa Intercontinentale il Borussia Mönchengladbach. Il figlio Mariano ha intrapreso come il padre la carriera da calciatore in patria, iniziando con il San Lorenzo e proseguendo con l’Independiente. Nel 2003 arrivò per lui la chiamata degli spagnoli del Recreativo Huelva, successivamente ha anche difeso i colori di Getafe e Atletico Madrid. Ha toccato il picco della sua carriera nella stagione 2005-2006, disputata con il Getafe e conclusa con l’invidiabile bottino di 10 reti in 36 gare. In principio non era stato convocato per la Coppa del Mondo tedesca, tanto che nei giorni in cui si svolse la competizione aveva fissato la data del suo matrimonio. Tuttavia, dopo l’infortunio di Asier del Horno, si sono aperte magicamente per lui le porte di un posto nella formazione titolare. Su quattro partite ne ha disputate tre per intero, ultima delle quali l’ottavo di finale perso contro la Francia. Mariano ha dedicato la propria avventura ai Mondiali proprio al padre, a cui questa esperienza era stata anni prima negata con dei colori diversi.

7. CARLOS E CARLOS RIVAS

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Nome, mestiere, addirittura ruolo in campo uguale ma non la nazionalità. È questo il caso di Carlos e Carlos Rivas, rispettivamente padre e figlio che in due epoche diverse hanno conosciuto il calcio a livello professionistico. Al contrario di quasi tutti gli altri membri di questo articolo, il papà ha avuto senza dubbio una carriera più brillante rispetto al proprio erede, nel suo curriculum figura in particolare una partecipazione con la nazionale cilena al Mondiale del 1982. In campo non scese mai e i sudamericani uscirono di scena nella fase ai gironi senza totalizzare alcun punto, tuttavia questo bastò per regalargli un piccolo spazio negli annali della storia del calcio. Carlos Rivas Senior, nato nel 1953 nell’entroterra cileno, era un centrocampista prettamente offensivo, piccolo fisicamente, ma dotato di grande estro e fantasia. È stato uno dei protagonisti, calcisticamente parlando, del proprio paese a cavallo tra gli anni ’70 e gli ’80. Bandiera del Colo-Colo, con cui ha alzato al cielo due titoli e altrettante coppe nazionali, da calciatore non abbandonò mai la sua patria ma, una volta appesi gli scarpini al chiodo, dopo aver collezionato più di 300 apparizioni nella massima serie cilena e messo a segno una novantina di reti, decise di trasferirsi in Canada. Era il 1984 e appena un anno dopo in suolo canadese, più precisamente a Toronto, è nato Carlos Rivas Godoy, noto anche con il cognome della madre per risolvere il problema di omonimia con il padre. Rivas Jr ha avuto per ora una carriera abbastanza modesta: cresciuto nel settore giovanile del Cruz Azul, blasonata compagine messicana, è successivamente tornato nel suo paese di origine, il Cile, per vestire le maglie di Deportes La Serena, Municipal Iquique e Universidad Concepción. Da quattro anni ad oggi milita invece tra le fila degli York Regions Shooters, piccola formazione del proprio paese natale. Da giovane sognava di approdare un giorno in Europa e portare la nazionale canadese, che scelse a 19 anni senza rifletterci più di tanto, ai Mondiali, bissando il traguardo del padre decenni prima. Purtroppo per lui non è riuscito in nessuno dei suoi ambiziosi piani e la sua carriera è sfociata in campionati nordamericani di livello assai modesto. Nel 2010 ha debuttato però con la nazionale maggiore canadese in un’amichevole contro persa 1-0 per mano della Giamaica. Appena un paio di minuti di gioco sono risultati sufficienti per entrare a far parte dell’articolo odierno.

8. PETER E ROMAN NEUSTÄDTER

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Africa, Europa mediterranea, Asia, Sud e Nord America. Tralasciando mete troppo a est, manca all’appello ancora una parte del mondo di cui non abbiamo trattato: l’Europa orientale e tutta la vecchia Unione Sovietica. La sezione dedicata alla famiglia Neustädter si ambienta proprio qui. Più precisamente le tappe che a breve andremo a toccare sono ex URSS e Germania. Gli appassionati di calcio tedesco ricorderanno sicuramente il nome di Peter Neustädter, bandiera del Mainz con cui ha collezionato 250 e passa presenze tra il 1994 e il 2004, continuando a giocare fino a 40 anni con la seconda squadra che poi ha anche allenato per cinque stagioni. Ma prima di raccontare le gesta dell’ex difensore centrale, facciamo un balzo indietro per conoscerne le origini che sono da rintracciare in un fenomeno risalente al dopoguerra del secolo scorso. A seguito dell’invasione della Germania nazista da parte dell’URSS nel 1941, molti tedeschi furono deportati come prigionieri di guerra nei gulag sovietici per volere di Stalin. La maggior parte di essi venne collocata nella regione del Volga, dando vita a una minoranza etnica i cui discendenti negli anni hanno virato verso il Kazakistan. Ecco perché al giorno d’oggi parecchi kazaki possiedono il passaporto teutonico e hanno tratti somatici o cognomi puramente tedeschi. In Italia negli ultimi anni abbiamo avuto un eccellente esempio rappresentato da Alexander Merkel, ex promessa del Milan l’anno scorso in forza all’Udinese. Anche i Neustädter appartengono (almeno in parte) alla categoria dei tedeschi del Kazakistan. Peter è nato a Kara-Balta, città attualmente situata in Kirghizistan ma allora appartenente al territorio sovietico, nel 1966. Suo padre era tedesco del Volga e sua madre ucraina, per par condicio dunque in carriera ha giocato sia in Russia e Kazakistan che in suolo ucraino, oltre che il decennio trascorso in Germania per ricordo delle proprie origini. A livello internazionale dunque il roccioso centrale difensivo aveva le carte in regola per rappresentare almeno cinque paesi diversi dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica nel 1991. Scelse il Kazakistan, per cui giocò appena due partite nel 1996. Nel 1988 è nato a Dnipropetrovsk, in Ucraina, suo figlio Roman, il quale inizialmente aveva scelto di vestire i colori della Germania, il paese che lo ha cresciuto durante il periodo di militanza del padre a Magonza. Qualche mese fa ha però ricevuto il passaporto russo ed è stato convocato per l’Europeo in Francia che ha disputato da titolare sotto la guida del commissario tecnico Slutsky. Le due presenze che aveva con la Germania gli sono state “condonate” perché collezionate in gare amichevoli, come da regolamento per la FIFA. Come livello di calciatore, Roman ha dimostrato di essere all’altezza del padre e proverà addirittura a superarlo. In terra teutonica è sbocciato con il Mainz, seguendo le orme del papà, e si è in seguito consacrato con Borussia Mönchengladbach e Schalke 04. Da quest’estate ha invece intrapreso un’esperienza in Turchia al Fenerbahçe. Sogna di indossare i panni del protagonista tra due anni nella Coppa del Mondo russa, conseguendo con la nazionale un risultato a cui il padre, con i colori di un paese diverso, non si era nemmeno mai avvicinato.

9. SEJAD E ALEN HALILOVIĆ

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Il caso che ha coinvolto la famiglia Halilović è unico nel nostro articolo. Sia padre che figlio hanno infatti difeso a livello internazionale i colori della Croazia, tuttavia il papà nel corso della propria carriera ha cambiato scelta optando per la nazionale della Bosnia ed Erzegovina. Sejad Halilović è infatti nato nel 1969 a Doboj, città all’epoca situata entro i confini iugoslavi ma attualmente appartenente al territorio bosniaco. Dopo lo scioglimento della Jugoslavia dapprima scelse la Croazia ma poi, data soprattutto la scarsa considerazione di cui godeva agli occhi del commissario tecnico Miroslav Blažević, virò sulla Bosnia, con cui totalizzò quindici apparizioni a livello internazionale tra il 1996 e il 2000. Il figlio Alen ha invece scelto senza pensarci due volte la selezione a scacchi, anche per via della nazionalità croata della madre Vanessa. Difende i colori croati, considerando naturalmente le varie esperienze con le formazioni giovanili, dal 2010, anno in cui debuttò con l’U-14. Ha preso la stessa decisione il fratello più piccolo Dino, classe ’98 attualmente in forza nella primavera dell’Udinese, il quale con la nazionale croata U-17 ha partecipato sia all’Europeo che al Mondiale di categoria nel 2015. Sejad Halilović ha avuto nel complesso una carriera abbastanza modesta che lo ha portato a girovagare per il nostro continente e anche oltre. Dopo aver mosso i primi passi in Croazia, nel 1995 sbarcò in qualità di giovane promessa al Real Valladolid, con cui però non riuscì a togliersi molte soddisfazioni. Alla breve esperienza in terra iberica ne seguirono altre in Israele, Turchia, nuovamente Croazia e infine Slovenia. Il figlio più grande possiede invece un talento ben più cristallino, sbocciato molto precocemente tra le fila della Dinamo Zagabria, il club che lo ha forgiato e fatto crescere. Alen ha debuttato nel 2012 nella massima serie del proprio paese natale (è venuto infatti alla luce a Dubrovnik, meglio nota in Italia come Ragusa di Dalmazia) a soli 16 anni, diventando il più giovane della storia del club. In seguito è anche divenuto il più precoce marcatore nella prima divisione croata, superando il precedente primato di Mateo Kovačić. Nel luglio del 2014 è stato acquistato dal Barcellona, rimasto ammaliato dalle caratteristiche del ragazzo paragonato per ruolo e caratteristiche niente meno che a Lionel Messi, ed è stato accompagnato nel corso dell’esperienza catalana da tutta la sua famiglia. Con la prima squadra blaugrana ha totalizzato soltanto una presenza nella Coppa del Re, mentre l’anno scorso è stato ceduto in prestito allo Sporting Gijon per accumulare esperienza da titolare con un club di Liga. Durante la sessione estiva di calciomercato appena passata è stato invece ceduto a titolo definito all’Amburgo, tuttavia il Barcellona si è assicurato il tanto famoso ultimamente “diritto di ricompra”. Con la Croazia ha debuttato nel 2013 infrangendo ogni record di precocità, non è riuscito però a ottenere un posto all’interno dei 23 convocati per Euro 2016. «Ho scelto di non convocarlo perché risulta per lui difficile vestire i panni dell’attore non protagonista» – così si è espresso il ct Cacic in merito. Sicuramente l’indiscusso talento gli consentirà in futuro di ritagliarsi il giusto spazio, magari dopo una definitiva consacrazione in Germania.

10. MAFUILA E RIO MAVUBA

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Concludiamo il nostro articolo con forse il più emozionante di tutti i racconti. Il protagonista è infatti l’unico calciatore della storia ad esser nato in mare, durante una traversata transoceanica per scappare dal proprio paese d’appartenenza devastato dalla guerra civile. È successo a Rio Mavuba, venuto alla luce su un battello partito nel marzo del 1984 dall’Angola per raggiungere la Francia. Sua madre era angolana, suo padre invece congolese. L’imperfetto è d’obbligo perché mamma Therese si spense quando il proprio figlio aveva appena due anni e nel 1997 se ne andò anche il padre. Mafuila “Ricky” Mavuba era un calciatore della nazionale zairese, con cui vinse la Coppa d’Africa nel 1974 e partecipò nella medesima stagione alla Coppa del Mondo in Germania Ovest. In patria godeva di notevole considerazione, la storia lo ricorda come il primo congolese a segnare direttamente da calcio d’angolo senza alcuna deviazione. Soprannominato lo Stregone Nero, giocò per il Vita Club, tutt’oggi una delle più prestigiose formazioni della Repubblica Democratica del Congo, con cui alzò al cielo la CAF Champions League nel 1973. Come già annunciato in precedenza, Mafuila fuggì dall’Africa insieme a sua moglie incinta nel 1984 e una volta arrivato in Francia fu accolto come rifugiato politico. Rio è venuto al mondo in acque internazionali senza alcuna nazionalità e di quella disperata migrazione verso il Vecchio Continente non sa quasi nulla. «Non ho mai cercato di conoscere la storia di quel viaggio nell’oceano. Il mio passaporto non ha una nazione ma c’è solamente scritto “nato in mare”» – una sua frase celebre. Infanzia e adolescenza per lui non sono state facili, affianco però aveva sempre un pallone con cui consolarsi. La passione per il calcio gli è stata trasmessa dal padre, da cui ha ereditato anche una storica maglia di “Ricky” Mavuba risalente al Mondiale del 1974 che Rio conserva gelosamente. Il Bordeaux è stata la sua prima grande casa, con i girondini si è fatto le ossa nel settore giovanile e poi debuttato tra i professionisti. Ha giocato in Francia per tutta la carriera finora, ad eccezione di una breve parentesi annuale al Villareal che si posiziona tra le 140 apparizioni in bianco-blu e le oltre 300 con il Lille, squadra di cui è capitano e con cui ha vinto nel 2011 campionato e coppa di Francia. All’inizio della propria vita da calciatore gli era stata proposta l’opportunità di difendere la bandiera della Repubblica Democratica del Congo, come fece suo padre decenni prima. Rio però ha sempre voluto rappresentare il paese che lo ha allevato ed è riuscito a coronare il suo sogno nel 2004, anno in cui ha esordito sia con l’U-21 che con la formazione maggiore. Dieci anni più tardi, nel 2014, ha eguagliato il traguardo del papà ricevendo la convocazione di Deschamps per la Coppa del Mondo brasiliana e lo ha anche superato, debuttando nel primo match del girone contro l’Honduras. Un profugo nato in mare a un Mondiale è forse uno dei quadri più belli che il calcio ha mai dipinto.

NOTA: sono da escludere i casi di padri che hanno difeso i colori di paesi al giorno d’oggi scomparsi (per esempio non sono considerate nazionali diverse all’interno di questo articolo Cecoslovacchia e Slovacchia, oppure Unione Sovietica e Georgia).

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