Ma Mingyu – il “vecchietto” cinese che capitò per caso in Italia

Ma MingyuDi bidoni in Italia ne abbiamo visti tanti. Una parentesi speciale la merita il Perugia di Luciano Gaucci che era solito pescare giocatori sconosciuti in giro per il mondo, ma soprattutto in Oriente. Eclatante fu l’arrivo del libico Al Saadi Gheddafi, terzogenito dell’ex capo di Stato libico, ma ancora peggio andò con l’affare che portò in Italia il primo calciatore cinese della storia del calcio italiano: Ma Mingyu. Considerato il più grande bidone, e forse il peggior trasferimento di sempre, della Serie A, Ma Mingyu aveva l’aspetto di tutt’altro che un giocatore professionista di calcio. Viso trasandato che dimostrava ben più degli anni dichiarati. Il club umbrò lo tesserò con data di nascita 4 febbraio 1972 a Chongqing, ma in realtà documenti cinesi rivelarono che aveva tra i 30 e i 32 anni. Per questo i suoi compagni di squadra gli affibiarono il soprannome di “Nonno” prendendolo in giro per il suo aspetto da anziano. In Cina giocava come centrocampista in una mediana a tre o quattro a sinistra ma in Italia il ruolo non aveva importanza perché non calcò mai il manto erboso di nessun campo di Serie A. Alto 176 cm con un fisico non adatto a giocare in Europa, crebbe con il vivaio del Sichuan Quanxing, esordendo in nazionale nel 1996 dopo un biennio al Guangdong Hongyuan. Il Perugia lo acquistò nell’estate del 2000 in prestito per un miliardo di lire con diritto di riscatto fissato a quattro miliardi di lire, in una stagione percepì un ingaggio di circa mezzo miliardo, circa 250 mila euro. Si presentò all’aereoporto di Fiumicino dopo un lungo volo dalla Cina il 13 Agosto 2000 esordendo così: “Sono orgoglioso di giocare in Italia; mi auguro che dopo il mio arrivo si aprano le porte ad altri cinesi. Voglio far meglio di Nakata”. Fu presentato da Gaucci il giorno seguente – “I cinesi sono un miliardo e mezzo, ci sarà pure un fenomeno. Cerco di portarlo qui” – se veramente ci fosse un fenomeno in Cina ancora oggi non si sa ma di certo non fu Ma. “Alessandro Nesta è il mio giocatore preferito. L’ho visto giocare in Olanda agli Europei, è davvero un fuoriclasse. Mi auguro di poterlo comunque battere quando ci giocherò contro.” – “Se Del Piero è stato soprannominato Pinturicchio, mi piacerebbe poter essere chiamato Michelangelo” – alcune sue celebri frasi. “Si tratta di un giocatore che ha delle grandi qualità e sul quale puntiamo molto per la prossima stagione. Lo abbiamo seguito a lungo e riteniamo che, per le sue caratteristiche fisiche e tecniche, possa integrarsi al meglio nella nostra squadra ed inserirsi con profitto nel campionato italiano. Scopriamo talenti e facciamo affari: Ma Ming Yu ripeterà l’exploit di Nakata” – si espresse su di lui Gaucci.

MAMa tutte queste frasi si rivelarono non vere. Ma non si adattò per niente né allo calcio né allo stile di vita italiano. Non studia l’italiano che ritiene “troppo difficile rispetto al cinese”, rimane barricato in casa insieme alla moglie, chiama spesso la figlia rimasta in Cina e non cerca amicizie. Negli allenamenti il tecnico Serse Cosmi si esprime con i gesti, Mingyu capisce a malapena. “Fa la doccia, si veste e sparisce in tre minuti” – spiegarono i compagni che di Mingyu conobbero soltanto il nome. A mangiare andava dal ristorante cinese sotto casa sua, guardava film con i sottotitoli in cinese e ascoltava vecchia musica orientale. Lui e sua moglie, Yue Tian, passavano il novanta per cento del loro tempo tra le quattro mura di casa. La sua maglia numero nove del Perugia venne indossata da lui soltanto due volte. La prima in amichevole, in agosto, la seconda nella vittoria per 2-1 del Perugia sulla Salernitana nel primo turno di Coppa Italia. Per lui solo una manciata di minuti e zero palloni toccati. Il suo acquisto fu del tutto inutile tanto che a gennaio il Perugia iniziò a cercare di rimandarlo in Cina. Ma Ma, scusate il gioco di parole, si oppose alla cessione – “In Cina non ci torno. Se finora non ho giocato è solo colpa mia: non sono ancora abbastanza bravo” – rispose così Mingyu alle critiche. Anche l’allenatore Cosmi cercò di incoraggiare il cinese – “Eppure non è un ectoplasma. Ha qualità, visione di gioco. Gli manca poco perché smetta di mandarlo in tribuna” – disse con un filo di ironia il mister perugino. A fine stagioni tornò in Cina dopo dieci mesi passati seduto sulle tribune del Renato Curi. Nel 2002 guidò la nazionale cinese al Mondiale 2002 indossando la fascia di capitano e realizzando il primo tiro in porta della storia della nazionale asiatica nella Coppa del Mondo. In Cina il grande campione, in Italia il grande bidone.

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